CITTA’ DEL VATICANO. Musei Vaticani, galleria Chiaramonti, rilievo di Leontocefalo e di tauroctonia.

Marmo bianco di 1,07 x 40 x 25 cm, rinvenuto a Ostia di fronte alla statua di Leontocefalo ora all’ingresso della Biblioteca vaticana. Vetrina XIV,3. Inventario n° 1380
Rilievo di Leontocefalo nudo, stante. Tiene una chiave tra le mani premute contro il petto. Dietro le spalle ha due ali, altre due sui fianchi. Un serpente che sale da un cratere tra e sotto i suoi piedi, si avvolge attorno alla sua figura.
Conserva tracce di colore rosso e macchie scure dovute all’originaria doratura.

Vedi:
https://www.tertullian.org/rpearse/mithras/display.php?page=cimrm314

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Nella stessa vetrina vi è anche un Mitra tauroctono con ai lati Cautes e Cautopades, nella consueta iconografia. Inventario numero 1379. Rinvenuto sull’Esquilino ed acquistato da Antonio Agstaldi nel 1805.
In alto a sinistra è raffigurato il Sole, a destra la Luna. In alto, ai lati del Dio, sette stelle; sopra la volta della grotta ci sono sette alberi che alludono ai sette pianeti, intervallati da sei altari ardenti.

 

Città del Vaticano Museo Chiaramonti Schema tauroctonia dall’Esquilino

Vedi:
https://www.mithraeum.eu/monument/146

 

Rilevatore: Angela Crosta

COLONIA/KOLN (D). Romisch-Germanisches Museum. VASO CON SCENA MITRAICA.

Koln, Romisch-Germanisches Museum, inv. RGM 58, 269
Da Koln, Zeughausstrasse, angolo Kattenburg
Argilla lavorata al tornio decorata alla barbottina e dipinta, ansa sinistra restaurata
Alt. all’orlo 26,8 cm. diam. ma 30,2 cm.

Il vaso biconico ha labbro estroflesso con costolatura centrale; le anse a nastro, impostate sull’orlo e sul punto di massima espansione del collo, sono decorate da due leoni accovacciati; basso piede a disco.
La decorazione applicata a barbottina nella parte di massima espansione raffigura una scena culturale con protagonista Sol/Mitra, il quale al centro della composizione rivolto a sinistra, è intento a compiere un sacrificio sulle fiamme accese di un altare (non conservato).
Nella mano sinistra tiene un globo a indicare la sua funzione di Kosmokrator. Indossa una semplice mantello svolazzante che copre solo la spalla sinistra lasciando scoperta l’esile figura con forme appena abbozzate, mentre la testa di profilo è circondata da una corona con lunghi raggi che connota il personaggi come Sol/Mitra.
Ai suoi lati sono raffigurati di profilo Cautes e Cautopates con costume e copricapo frigio, nella interpretazione astrale del culto personificazioni dell’aurora e del tramonto; stringono nelle mani la fiaccola.
Tra le figure, sono dipinti tre, probabilmente in origine quattro, motivi solari a più raggi, ripetuti anche sul lato B del vaso.
La scena di sacrificio presso l’altare appare piuttosto raramente tra le attestazioni iconografiche legate al mitraismo: può forse essere considerata, nel complesso e duro percorso iniziatico che l’adepto doveva sostenere, come espressione figurativa di uno dei sette gradi di consacrazione al dio, ciascuno commesso con una divinità planetaria (Sfameni Gasparro 2005, pp. 101-102).
Il vaso fu verosimilmente funzionale ai riti celebrati in uno dei mitrei messi in luce nella colonia romana Claudia Ara Agruppinensium, dove il culto di Mitra dovette avere numerosi proseliti soprattutto tra i militari, classe privilegiata di diffusione di questi misteri ai quali erano precluse le donne.
L’esemplare rientra in una tipica produzione locale di vari dipinti.

Datazione: II-III sec. d.C.

Bibliografia:
– Konstantin der Grosse 2007, n. I 13.10 (F. Naumann Steckner) con bibliografia precedente.

Fonte:
da “Costantino 313 d.C., Electa, Milano 2012, p. 220” – Catalogo mostra a Palazzo Reale a Milano 2012/2013

CORSICA (F). Trovato un santuario al dio Mitra.

Una squadra di archeologi francesi ha portato alla luce un mitreo, un santuario dedicato al dio Mitra, nel sito di Mariana (oggi nel comune di Lucciana) in Corsica. Il mitraismo si diffuse nell’impero romano probabilmente grazie ai soldati e ai mercanti, all’incirca all’epoca del cristianesimo.
corsica 2«È un ritrovamento raro ed emozionante», racconta l’archeologo Philippe Chapon, a capo della squadra. «È la prima volta che troviamo delle prove della pratica del mitraismo in Corsica».
Dentro sono stati scoperti frammenti di un altare di marmo di Mitra mentre sacrifica un toro, mentre un cane e un serpente ne bevono il sangue. Alcuni reperti furono danneggiati; è possibile che il santuario venne attaccato dai cristiani, che costruirono un complesso religioso intorno al 400 d.C.
Secondo Seneca e Plinio, Mariana fu una colonia di cittadini romani, fondata nel 93 a.C. da Gaio Mario – generale, console e grande riformatore dell’esercito romano – dopo la vittoria sui Cimbri e Teutoni. La sua fondazione si lega a una strategia militare per tutto il Mar Tirreno, e il suo porto partecipa attivamente agli scambi commerciali nel Mediterraneo. Lo scavo archeologico ha rivelato un quartiere periferico della Mariana antica.
Il mitreo di Lucciana
corsica 3È la prima volta che si individua un mitreo in Corsica. Questo santuario si compone di molteplici spazi caratteristici dei mitrei, tra cui una sala per il culto e la sua anticamera. La sala per le assemblee, rettangolare (11 x 5 m), è costituita di un corridoio centrale con due lunghe banchine ai lati larghe 1,80 metri, limitate da un muretto accuratamente intonacato con la calce. C’erano anche due nicchie con volte in mattoni. Una di loro conteneva ancora tre lampade ad olio intatte.
Alla fine del corridoio doveva innalzarsi il bassorilievo in marmo raffigurante Mitra, con il suo tradizionale berretto frigio e mentre sacrificava un toro. Finora sono stati trovati tre frammenti di questo bassorilievo. Vi figurano un cane e un serpente che bevono il sangue dalla gola del toro ucciso, mentre uno scorpione gli colpisce i testicoli. Sulla destra, un personaggio tiene una torcia: il “dadoforo” che simboleggia il tramonto o la morte. Sono stati rinvenuti altri elementi di marmo, tra cui una testa di donna. Due campanelli di bronzo, numerose lampade rotte e dei vasi potrebbero far parte del corredo liturgico. Una targa in bronzo e un’altra in piombo recano delle iscrizioni ancora da decifrare.
Il mitraismo
Si sa poco di questo misterioso culto monoteista. In assenza di una documentazione scritta esplicita, la conoscenza si basa principalmente sullo studio dei suoi santuari, sui dipinti e sulle sculture. D’origine indo-iraniana, il mitraismo è stato probabilmente introdotto nell’impero dai soldati romani e dai mercanti orientali. Si diffonde alla fine del primo secolo. Questo culto iniziatico, riservato agli uomini, attirò per prime le élite, fino a toccare successivamente tutti i livelli della società.
In tutto l’impero romano si conoscono un centinaio di mitrei, tra cui a Roma e Ostia. In Francia ce ne sono a Bordeaux, Strasburgo, Biesheim e Septeuil. Nel 2010, l’Inrap ne aveva portato alla luce uno a Angers; qui vi era un bassorilievo, delle dediche al dio Mitra e un arredamento importante. Concorrente del cristianesimo, il mitraismo venne fortemente contrastato e poi bandito dall’imperatore Teodosio nel 392.
Il santuario di Mariana porta delle tracce di distruzione fin dall’antichità: l’altare dedicato al dio è rotto, l’edifico distrutto e pieno di macerie. Le cause esatte di questa distruzione sono sconosciute, ma va notato che un grande complesso paleocristiano – completo di basilica e battistero – venne costruito a Mariana intorno al 400; costituiscono le prime tracce del Cristianesimo in Corsica.
Oggi è in corso un vasto programma di valorizzazione della città romana di Mariana. Esso prevede la realizzazione di un museo e l’organizzazione di un parco archeologico di diversi ettari.

Fonte: ilfattostorico.com, 28 feb 2017

DUINO AURISINA (Ts). La grotta del dio Mithra.

1255 / 4204 VG – GROTTA DEL DIO MITHRA
Comune: Duino-Aurisina – Prov.: Trieste – CTR 1:5000 San Giovanni al Timavo – 109044 – Lat.: 45° 47′ 3,4 Long.: 13° 35′ 52,5 – Quota ing.: m 46 – Pozzo accesso: m 5 – Prof.: m 5.5 – Svil.: m 21 – Rilievo: 27.06.1963 – Galli M. – Com. Grotte “E. Boegan” – Aggiornamento rilievo: 31.12.2001 – Marini D. – G.S. “Flondar”, Marini L. – C.G. “E. Boegan”, Marini E. – Nessun gruppo di appartenenza.

Periodo artistico: I -IV sec. d.C.
Note storiche:

Sulle pendici del monte Ermada è visitabile una grotta carsica frequentata dal neolitico ed adattata in età romana (dal II al V sec. d.C.) a luogo di culto del dio Mithra.
All'interno della grotta sono stati rinvenuti due rilievi in calcare che rappresentano la figura di un giovane che sacrifica un toro in onore del dio Sole, assieme ad un gran numero di monete e lucerne lasciate dai fedeli come offerte votive. Alcuni offerenti erano nominati in iscrizioni qui individuate di cui, come i rilievi, sono esposti i calchi.
E' rilevante la collocazione del luogo di culto in vicinanza delle risorgive del giume Timavo, dove in epoca romana si veneravano il corso d'acqua divinizzato, Diomede e Saturno, in relazione ai quali si ipotizza anche la presenza di un tempio presso l'attuale chiesa di San Giovanni in Tuba.
La grotta si trova in una piccola dolina dalle pareti scoscese, 50 metri a monte della superstrada, all'altezza del cimitero di Duino e di San Giovanni al Timavo.
La grotta del Dio Mitra è piuttosto nascosta ma di facile accesso. Dista circa due chilometri dalle fonti del Timavo, in direzione di Duino. Si percorre la statale 14, sino al bivio che porta al centro di Duino. Poco dopo l'incrocio, sulla sinistra, si incontra una stradina che porta alla caserma della Forestale. Raggiunta la caserma si imbocca un largo tratturo sulla sinistra. Si prosegue e, prima di raggiungere il sottopassaggio dell'autostrada, si imbocca il sentierino che scende verso il basso. La grotta del Mitreo è proprio lì.


Illustrazione opera:

La grotta venne scoperta nel 1963 da alcuni speleologi della Commissione Grotte allora la grotta era ingombra di pietrame di grosse dimensioni che in qualche punto giungeva a toccare la volta.
Ecco una descrizione che risale all'epoca delle prime esplorazioni ed è redatta da Mario Galli: Il primo ingresso è un ampio portale alto circa 1 metro e largo oltre 7 mestri, diviso in due da un cumulo di grosse pietre. La seconda apertura è costituita da un foro strettissimo che si apre sull'orlo meridionale della dolina e che immette nella cavità di un pozzetto di 2,5 metri. La cavernetta, accessibile in qualche tratto con difficoltà a causa delle sue piccole dimensioni, è probabilmente il residuo di una cavità di proporzioni ben maggiori che ha subìto un colossale riempimento di detriti essa rappresenta la parte superiore di una galleria anticamente percorsa dalle acque, la cui parete ha ceduto in corrispondenza di qualche fratturazione, dando luogo all'attuale imbocco, ampliandosi con il succedersi dei fenomeni di crollo. Il suolo infatti è costituito da un grande cumulo di terra e pietra che in più punti raggiunge la volta, lievemente digradante verso la parete orientale, dove lascia, sotto volta, una fessura impenetrabile. Poche tozze concrezioni, in parte semisepolte, ornano la parte meridionale della cavità, dove più scomodo è l'accesso in quanto per alcuni metri la cavernetta è alta appena 30-50 cm. La parte più spaziosa della cavità è quella settentrionale. Proseguendo oltre il cumulo di massi che divide in due l'entrata, si giunge in un vano di dimensioni più ridotte del precedente e che è la sua continuazione.
Successivamente, superando un basso passaggio si giunge alla base del pozzetto mensionato. In considerazione del fatto che la grotta era ubicata in un'area già nota per la presenza di vestigia romane, e che quindi poteva rappresentare un interessante sito archeologico, venne iniziato lo sgombro del materiale detritico che riempiva quasi completamente la cavità. Durante i lavori di disostruzione, la Commissione Grotte portò alla luce alcuni reperti attribuibili all'epoca romana e quindi i lavori vennero immediatamente sospesi successivamente vennero ripresi dalla Sezione Scavi e Studi di Preistoria Carsica R. Battaglia della Commissione Grotte, limitatamente ad una zona di 5m x 2m situata sotto la parete sinistra (entrando), nella quale si erano trovati i reperti attribuibili all'epoca romana. I signori Stradi, Andreolotti e Giombassi della Commissione Grotte eseguirono alcuni scavi d'assaggio. Lo scavo venne approfondito nel suolo sottostante il detrito e furono rinvenuti numerosi resti archeologici tardoromani, tra i quali un pilastrino con un'iscrizione incompleta, vari frammenti di bassorielievo, resti di vasellame, numerose lucernette e 98 monete, in parte non classificabili per lo stato di deterioramento, ed una pietra cubica di 50cm di lato, che rappresenta con tutta probabilità l'ara sulla quale avevano luogo i sacrifici. Constatata l'importanza dei ritrovamenti i lavori vennero sospesi e ne fu data relazione alla locale Soprintendenza ai Monumenti, Gallerie ed Antichità che riprese gli scavi senza però trovare reperti significativi si rinvennero ancora alcuni piccoli frammenti della stele votiva ed altre monete, non diverse da quelle già raccolte. Tutto il materiale archeologico fu portato nel Museo di Aquileia. Gli oggetti messi in luce hanno permesso di stabilire che la cavità ospitava un tempietto ipogeo dedicato al Dio Mithra, il cui culto si era diffuso nell'impero tra la metà del III e la fine dei IV secolo e le monete raccolte, tranne una più antica, si riferiscono appunto a tale periodo.
Al centro della grotta si trovano due banconi paralleli e tra di essi un blocco di calcare, squadrato, su cui veniva spezzato il pane durante le cerimonie religiose. Sulla parete di fondo trova spazio il calco di una lapide sostenuto da delle colonnine: raffigura il dio Mitra mentre uccide il toro primigenio. Così recita la dedica: All'invitto dio Mitra Aulo Tullio Paumniano offre per la sua salute e per quella dei suoi fratelli.
Nella grotta, inoltre, sono state trovate moltissime offerte: circa 400 monete, la più antica delle quali fu coniata da Antonino Pio, 160 lucerne e un gran numero di vasetti, tutti databili tra il I e il V secolo d.C. 
Al di sotto dello strato romano si estende un deposito preistorico intaccato con il livellamento del suolo all'epoca dell'adattamento a luogo di culto i residui del cocciopesto che costituiva la pavimentazione inglobano infatti qualche resto ceramico dell'età dei castellieri. Con l'avvento del cristianesimo e la proibizione dei culti pagani il tempio venne abbandonato e forse anche devastato e sulle rovine andarono a depositarsi, in quindici secoli, detriti e terreno organico.
Nel corso della prima guerra mondiale tutte le cavità della zona subirono adattamenti di vario genere, ma fortunatamente la caverna venne a trovarsi, sia pur per pochi metri, al di là della linea difensiva austriaca che correva lungo la vicina ferrovia, sfuggendo in tal modo alla devastazione a cui andarono incontro altre grotte di interesse preistorico, come la Grotta Fioravante (411/939VG) e la Grotta di Visogliano (80/414VG).
Negli anni 1971 e 1972, l'Istituto di Antichità Alto Adriatico effettuò nella parte meridionale della cavità un altro scavo, questa volta nell'intento di acquisire cognizioni sul deposito preistorico, la cui esistenza era stata accertata nel corso delle precedenti indagini. La successione stratigrafica ed i reperti risultarono analoghi a quelli messi in luce in altre grotte del Carso triestino e non furono rinvenuti quei livelli paleolitici che la particolare situazione della cavità aveva fatto ritenere probabili la trincea ora si esaurisce in uno strato di crostoni stalagmitici ed argilla sterile alla profondità di crica 3m. Gli scavi praticati nella cavità hanno mutato radicalmente l'aspetto della medesima. Ne è risultato un ambiente più spazioso, ma con il materiale di scarto sono stati ostruiti molti passaggi laterali sotto parete, nei quali era possibile avanzare per un buon tratto in varie direzioni la volta soprastante l'imbocco, giudicata pericolante, è stata fatta crollare con le mine, ottenendo così anche una maggiore illuminazione dell'antro. Attorno all'ingresso è stato eretto un recinto munito di un cancello per evitare gli scavi abusivi e le chiavi sono custodite dalla Soprintendenza.

Da Speleaeus di Franco Gherlizza ed Enrico Halupca: Nel 1976 la Soprintendenza Archeologica di Trieste iniziava una consistente e sistematica campagna di ricerche, dapprima per liberare la cavità di tutte le macerie, successivamente per investigare i sottostanti livelli preistorici, ricchi di manufatti che andavano dall'età del ferro sino al neolitico. Scavi successivi, per lo più volti ad intaccare gli strati sottostanti, dettero alla luce resti appartenenti all'età del ferro, rappresentato da resti della cultura dei castellieri, Lubiana, Vucedol e ceramiche a Besenstrich. Al neolitico invece si associano dei vasi a fondo cavo, decorati con incisioni, pochi frammenti di ceramica impressa e due frammenti di vaso a bocca quadrata. Un ulteriore scavo, condotto sino all'antico pavimento stalagmitico, ha reso soltanto un radio ed un'ulna di Rhinoceros. Successivamente la cavità è stata sistemata ricostruendo il tempietto con i calchi delle lapidi, delle arette e dei due banconi laterali. Oggi questo risulta l'unico Mitreo in cavità esistente in Italia e quindi costituisce una rarità che andrebbe vieppiù valorizzata.

Orario di visita: il giovedì non festivo dalle ore 9,30 alle ore 11,00. Ingresso gratuito.
E-mail: sba-fvg@beniculturali.it - tel. 04043631

Fonte: Sopra e Sotto il Carso, Anno II, n. 6 pp. 24/26.


Fruibilità: Giovedi, h. 9,30-11. Sopr. Arch. FVG tel. 04043631
Data ultima verifica: 01/07/2013
Rilevatore: Feliciano Della Mora

FICULLE (Tr). La villa di Claudio Tiberio Termodonte ed il cippo con dedica al dio Mitra.

Era dalla fine dell’Ottocento che se ne erano perse le tracce, quando vennero recuperate iscrizioni ed elementi decorativi in marmo, individuando anche un impluvium. Si tratta di un insediamento d’epoca imperiale sorto lungo la riva del fiume Chiani, l’antico Clanis, fiume di primaria importanza in epoca etrusca e romana in quanto era navigabile nelle due direzioni. Lo annuncia il Comune di Ficulle.
Dal 22 giugno 2023 un team di ricercatori e studenti della University of Oklahoma è sulle tracce della villa in località Pian di Mealla, a Ficulle.
La villa dovette appartenere alla famiglia di Tiberio Claudio Thermodon – liberto dell’imperatore Claudio Tiberio – un uomo “liberato” divenuto ricco ed originario della Turchia romana. Thermodon è infatti il nome della divinità del fiume del Ponto, figlio di Oceano e di Teti, collegato al mito delle amazzoni ed identifica una zona precisa sotto il Mar Nero.
Tracce eloquenti della storia di Ficulle risalgono all’epoca romana: qui i Romani avevano un posto di osservazione che dominava la Via Traiana, o Cassia Nuova, una delle più importanti direttrici di comunicazione tra Roma ed il nord della penisola.
Durante il Rinascimento venne trovata un’ara romana risalente ad un periodo compreso tra il I e il II sec. d.C. – poi portata nella chiesa parrocchiale del paese – sulla quale appare le seguente iscrizione:
SOLI INVICTO/MITHRAE/TIBERIUS CLAUDI/US TIBERI FILIUS/THERMO[….]/SPELAEUM CVI[….]/SIGNIS ET AR[….]/CETERISQV[….]/VOTI COMPOS/DEDIT.
Tradotto “Tiberio Claudio Termo(-doro/-donte), figlio di Tiberio, essendo stato soddisfatto in un suo desiderio, dedicò al Sole invincibile Mitra una grotta con figure ed altare e tutto il resto“.
Sul lato sinistro è raffigurata in rilievo una brocca e sul destro la patera.
Il cippo un tempo è stato adibito a fonte battesimale o ad acquasantiera; di esso si ignora l’esatta provenienza, anche se, secondo alcuni, sarebbe stato rinvenuto nei sotterranei della chiesa.
Voci popolari non comprovate da fonti storiche vorrebbero che tale monumento fosse stato posto lì a ricordo dell’incontro tra Giulio Cesare proveniente dalle Gallie ed un’ambasceria Romana venuta per sondare le vere intenzioni di Cesare diretto alla sua città natale.

FIRENZE. Galleria degli Uffizi, statua di Leontocefalo.

Marmo bianco, III secolo d.C., alto 175 cm, diametro del globo 35 cm.
La parte inferiore delle gambe e parte della coda del serpente sono integrazioni moderne, invece antichi sono i piedi ed il globo.

Acquistato dalla Galleria nel 1824, forse proviene da Roma.

Art / Roman,
sculpture, 3rd century AD.
Aion-Chronos.
(Personification of eternity in the cult of Mitra).
Marble, height 120cm.
Inv. no. 386
Florence, Galleria degli Uffizi.

Il Leontocefalo, con le fauci spalancate, è ritto su un globo che riporta una banda obliqua con i segni zodiacali di pesci, scorpione e bilancia; veste una tunica ed è avvolto da sei spie di un serpente che appoggia il capo su quello del dio. Presenta due piccole ali sulle anche e altre due erano sulle spalle; nella mano sinistra tiene una chiave frammentaria e nella destra un bastone, probabilmente uno scettro.
Accanto alla sua gamba destra si percepisce un fascio di fulmini che si avvolgono e terminano con una testa umana con una corona a cinque raggi.

Link:
https://www.mithraeum.eu/monument/330

Rilevatore: Angela Crosta
mitra

FORMELLO (Roma). Rilievo raffigurante Mitra, al Museo dell’Agro Veientano.

Dal 1992 è stato istituito il Museo dell’Agro Veientano. La sua sede definitiva è il prestigioso Palazzo Chigi di Formello, restaurato grazie a fondi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Lazio, della Provincia di Roma, degli sponsor privati e del Comune stesso, con i primi spazi inaugurati nel dicembre 2011.
Il Museo illustra tutte le fasi della storia del territorio a cominciare dall’epoca protostorica, l’Età del Ferro con le sue ricche necropoli, il periodo etrusco, l’epoca romana a partire dalla presa della città nel 396 a.C., e le fasi post-antiche, dalla fase paleo-cristiana ai Feudi Orsini e Chigi.
I reperti provengono da un vasto ambito, compreso tra il Comune di Formello e quello di Roma, per la massima parte in quello che oggi è il XX Municipio. Grande risalto viene dato alla definizione del territorio nelle diverse fasi storiche e al legame del museo con esso, anche mediante la visione diretta dalla “torre di avvistamento” ri-creata dall’Arch. Andrea Bruno sulle basi della torre duecentesca, primo nucleo del palazzo. La scala monumentale da lui creata all’interno della torre è anch’essa musealizzata grazie all’esposizione di alcuni materiali molto particolari e mezzi multimediali.

Fra il materiale archeologico contenuto si trova un rilievo raffigurante Mitra, un pezzo eccezionale per qualità artistica, conservazione e dimensioni (1.500 kg). Eccezionali sono state anche le vicende del recupero in extremis operato nel marzo 2009 dalla Guardia di Finanza che ha intercettato il “pezzo” appena prima della sua vendita sul mercato clandestino, in Oriente.
Il rilievo, databile alla metà del II sec. d.C., permette di ipotizzare la presenza di un Mitreo, luogo di culto dedicato al dio Mitra, all’interno di una villa privata nell’area Campetti sul pianoro di Veio.
La scena del tradizionale sacrificio del toro eseguito da Mitra è ambientata all’interno di una grotta. A sinistra vediamo “Sol” sul carro trainato da quattro cavalli. Sulla destra troviamo “Luna” con una biga con due cavalli.
Il dio Mitra porta il tradizionale costume orientale con una tunica con maniche, berretto frigio, lunghi pantaloni e un mantello fermato da una fibula. Completano la scena i portatori di torce “Cautopates” (sin.) e “Cautes” (dx), insieme a una serie di animali (cane, serpente, scorpione e corvo).
Il confronto tra il rilievo di Veio e gli altri provenienti dall’Etruria rivela che il rilievo da Veio emerge come unico in termini di dimensioni e di qualità stilistiche.
La cronologia proposta lo rende il più antico dei rilievi di Mitra e potrebbe anche essere considerato come uno delle prime testimonianze del culto di Mitra in Etruria.

Info:
Palazzo Chigi, piazza S.Lorenzo 7
Telefono: 06/90194240-239
http://www.comunediformello.itmuseo@comunediformello.it
Orario apertura: martedì 15.00-19.00; mercoledì  e venerdì 9.00-13.00; sabato 10.00-18.00; domenica 9.00-13.00.

GERMANIA. Mitreo scoperto a Regensburg.

Durante uno scavo preventivo in Stahlzwingerweg, nel cuore dell’attuale Ratisbona, gli archeologi hanno identificato ciò che resta di un santuario dedicato al dio Mitra, oggi riconosciuto come il più antico mitreo finora noto in tutta la Baviera.
La scoperta è maturata nell’ambito di un intervento edilizio su un’area destinata alla costruzione di nuovi edifici residenziali. Come previsto dalla normativa tedesca per contesti sensibili, l’ArchaoTeam GmbH, sotto la direzione di Sabine Watzlawik, ha condotto le indagini archeologiche preliminari i cui esiti sono stati resi pubblici in queste ore.
Un luogo dell’Impero lontano dalla capitale, esposto ai rischi degli attacchi dei Germani, in cui l’identità originaria andava conservata saldamente.

Il sito, situato nel centro storico, ha restituito livelli che coprono un arco cronologico ampio: tracce preistoriche, testimonianze romane e strutture medievali. Nulla, inizialmente, lasciava presagire una scoperta fuori dall’ordinario. Tuttavia, alcuni reperti di dimensioni maggiori, rinvenuti in più fasi a causa degli spazi ristretti della fossa di scavo, si sono rivelati difficili da interpretare. Solo quando l’insieme dei materiali è stato analizzato in modo unitario, è emersa la natura speciale dell’edificio romano che sorgeva in quest’area: un luogo di culto mitraico, costruito originariamente in legno e quindi conservatosi solo in minima parte.

Ad orientare l’interpretazione sono stati una serie di indizi convergenti. Tra questi, una pietra votiva, oggi priva di iscrizione leggibile, frammenti di placche votive confrontabili con quelle note in altri mitrei dell’area danubiana, elementi architettonici riconducibili ad un piccolo santuario e, soprattutto, un insieme coerente di oggetti rituali. Fondamentali anche i ritrovamenti monetali, che permettono di collocare la frequentazione del sito tra l’80 e il 171 d.C., nel periodo del forte di coorte di Kumpfmühl e del relativo insediamento civile lungo il Danubio, dunque prima della fondazione del grande accampamento legionario che avrebbe segnato in modo decisivo la storia urbana di Ratisbona.

Per comprendere il significato della scoperta è necessario allargare lo sguardo al contesto. In età romana, l’area di Ratisbona – allora parte della provincia di Raetia – rappresentava un nodo strategico sul limes danubiano, linea di confine ed al tempo stesso di scambio tra l’Impero ed i territori oltre il fiume. Prima ancora della monumentalizzazione militare del II secolo avanzato, la presenza romana si articolava in forti di coorte, insediamenti civili annessi, infrastrutture viarie e portuali. La romanizzazione procedeva per gradi, intrecciando controllo militare, amministrazione ed integrazione economica delle popolazioni locali.

È proprio in questo contesto che va collocato il mitreo di Stahlzwingerweg. Il culto di Mitra, di origine orientale, si diffuse nel mondo romano soprattutto tra il I e il III secolo d.C., trovando terreno fertile negli ambienti militari e tra funzionari imperiali, mercanti e amministratori.

I reperti rinvenuti a Ratisbona parlano con chiarezza il linguaggio del culto al dio Mitra. Frammenti di vasi ceramici decorati con serpenti, animali carichi di significati simbolici nel mitraismo, incensieri e brocche con manici rimandano direttamente ai banchetti rituali che costituivano un momento centrale del culto.

Come sottolinea Maximilian Ontrup, archeologo romano provinciale dei Musei Civici di Ratisbona, la scoperta dei resti di questo mitreo è unica sotto un duplice profilo: «È il primo santuario romano mai identificato nel centro storico della città e, allo stesso tempo, il più antico mitreo tra i nove finora noti in Baviera». Un dato che assume particolare rilievo se si considera che l’apogeo del culto mitraico è generalmente collocato solo dalla fine del II secolo in poi, prima del suo progressivo declino e della sostituzione, tra IV e V secolo, da parte del Cristianesimo.

Il mitreo di Ratisbona anticipa dunque una fase precoce della diffusione del culto lungo il Danubio e suggerisce la presenza, già in età flavia e traianea, di gruppi sociali romanizzati, probabilmente legati all’esercito o all’amministrazione, portatori di pratiche religiose complesse e transregionali. La scoperta contribuisce così a ridefinire l’immagine di un insediamento danubiano che, finora, era rimasto relativamente in ombra rispetto ad altri centri meglio documentati.

La Ratisbona romana nacque come insediamento strategico lungo il Danubio, confine naturale e politico dell’Impero. In età flavia, tra I e II secolo d.C., sorsero forti di coorte – presidi militari occupati da coorti, unità dell’esercito romano di circa 500–600 soldati, spesso truppe ausiliarie reclutate nelle province, incaricate del controllo del territorio e della sorveglianza del limes – e da villaggi civili (vici) a supporto delle truppe impegnate nel controllo del limes.
La zona rientrava nella provincia di Raetia, crocevia tra mondo alpino, regioni germaniche e pianura danubiana. Intorno al 179 d.C. fu fondato il grande castrum legionario di Castra Regina, destinato alla Legio III Italica, che segnò la definitiva strutturazione urbana del sito. Accanto al campo militare si sviluppò un insediamento civile con artigiani, commercianti e funzionari. La romanizzazione procedette attraverso infrastrutture, amministrazione e culti importati, come quello di Mitra. Ratisbona divenne così un polo militare e logistico di primo piano nel Norico e in Raetia. Dopo il IV secolo, con la crisi del limes, la città mantenne continuità insediativa trasformandosi gradualmente in centro tardoantico e altomedievale.

La città di Ratisbona e l’Ufficio Statale Bavarese per la Conservazione dei Monumenti hanno avviato e finanziato congiuntamente un progetto di studio e valorizzazione dei materiali del mitreo. I reperti, recuperati durante gli scavi, saranno affidati ai Musei Civici di Ratisbona, dove confluiranno nel nuovo concept museale fondato sull’analisi scientifica dei materiali. Il direttore, Dr. Sebastian Karnatz, ha sottolineato la sfida ed al tempo stesso il potenziale di questo patrimonio: «Contestualizzeremo e renderemo leggibili reperti che, a prima vista, appaiono poco spettacolari. Ma proprio in questo risiede il loro valore: far emergere un aspetto fondamentale e finora invisibile della Ratisbona romana».

Fonte:
www.stilearte.it, 6 feb 2026

Data ultima verifica: 11/03/2026
Rilevatore: Feliciano Della Mora

GRAN BRETAGNA. In Scozia due altari mitraici.

Per la prima volta saranno esposti due altari mitraici eccezionalmente rari e splendidamente scolpiti, rinvenuti nel 2010 a Inveresk, East Lothian in Scozia. Non solo sono gli unici altari romani scoperti in Scozia, ma rappresentano tra i massimi esempi di scultura romana in Britannia, datati al 140 d.C. durante la rioccupazione della Scozia meridionale da parte di Antonino Pio – insolita precocità rispetto al III secolo tipico del culto mitraico britannico.
Inveresk ospitava un forte sul Vallo Antonino ed una vivace città civile attorno alla base militare, con il mitreo più settentrionale dell’Impero Romano: uno spazio sotterraneo buio, simile ad una grotta naturale. Gli altari, ritrovati rotti in frammenti, richiesero estesi restauri e non sono mai stati mostrati al pubblico.

Il primo altare è dedicato a Mitra invincibile (iscrizione: “DAEO / INVICT· MY / C · CAS · / FLA”), eretto probabilmente da Gaio Cassio Flaviano, centurione del forte. Il capitello fine reca foglie, fiori su corda tornita ed un corvo (messaggero di Sol Invictus a Mitra); i lati mostrano iconografie mitraiche: grifone, patera, lira, plettro e brocca.

Il secondo è dedicato al dio Sole: il volto in altorilievo centrale fu perforato posteriormente per occhi, bocca e raggi solari, illuminati da dietro nel buio del mitreo per un effetto drammatico (ricostruito in gesso, con fessura visibile). Il capitello raffigura le quattro stagioni femminili, simboleggiando il tempo.
Tracce di pittura policroma originale (contorni rossi e blu) emersero con luce UV, senza mappa completa ma con dettagli chiari.

Info:
https://media.nms.ac.uk

Fonte:
Romano Impero 14 feb 2026

Data ultima verifica: 03/03/2026
Rilevatore: DMF

GUIDONIA MONTECELIO (Roma). Oratorio rupestre di Marco Simone Vecchio.

Nel febbraio-marzo 2020 la Soprintendenza è intervenuta con lavori di somma urgenza per mettere in sicurezza l’Oratorio, o Chiesa, rupestre di Marco Simone Vecchio, a Guidonia Montecelio, sottoposto a vincolo monumentale (D.M. del 26.05.1978) e archeologico (D.M. del 05.10.1995), situato su una collina del “Parco naturale-archeologico dell’Inviolata” recentemente inserita nell’“Area delle Tenute storiche di Tor Mastorta, di Pilo Rotto, dell’Inviolata, di Tor dei Sordi, di Castell’Arcione e di alcune località limitrofe” (dichiarata di notevole interesse pubblico – Decreto del 16.09.2016, rep. n. 73).
cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_9a298c3461e79f7cedc0b79c0f4f60d6La collina, raggiungibile da via Tacito, già proprietà del Gruppo Bonifaci, oggi inserita in una procedura fallimentare, si presenta come un’isola inedificata, sfruttata per semine e pascolo, riconoscibile anche a distanza, fra i nuovi quartieri di Marco Simone e S. Lucia, per la presenza di casali abbandonati e di profonde caverne scavate in epoca moderna nel banco di tufo.
L’Oratorio si apre sul lieve pendio meridionale, subito sotto la sommità dell’altura che è interessata, intorno ai casali, dai ruderi della cinta muraria del Castrum S. Honesti, attestato nel 1257. In precedenza l’area era appartenuta al monastero romano dei SS. Ciriaco e Nicola in Via Lata; un documento di conferma di beni (bolla papale del 1124) di questo monastero cita, fra altri possedimenti in zona, un’ecclesia Sancti Nicolai, che deve essere verosimilmente identificata proprio con il nostro ipogeo ove il Santo è rappresentato. Prima del castello, quindi, esistette un insediamento rurale, che si sovrappose a sua volta a un abitato protostorico-arcaico, nel quale si è voluto riconoscere il centro latino di Ficulea, e a un insediamento di età romana, che rimane difficilmente precisabile per mancanza di scavi. Il contesto territoriale, quasi sicuramente rientrante nell’ager della non lontana Nomentum, è comunque caratterizzato da una fitta rete di villae rusticae, collegate da viabilità minore che faceva capo a un’antica strada corrispondente all’odierna Palombarese.
Dell’Oratorio fu data notizia solo nel 1972, ma esso era sicuramente noto almeno dagli anni Trenta del secolo scorso, quando dovette essere intercettato da una cava di tufo che evidenziò anche la fronte delle suddette caverne. In occasione della recente riscoperta fu messa in risalto soprattutto l’importanza della decorazione pittorica, allora meglio conservata (descritta in una relazione con corredo di foto, a firma di Carlo Bertelli, edita in Quilici, Quilici Gigli 1993) e destinata a subire nel 1978 gravi danneggiamenti.
montecelio 4Si entra nell’ipogeo da una porta con stipiti e architrave in mattoni e soglia di travertino (di reimpiego), realizzata molto probabilmente negli anni Trenta riadattando l’originario vestibolo a pianta rettangolare che dava accesso al sotterraneo, definito da muri intonacati in pietrame di tufo e materiale raccogliticcio. In tale riadattamento, che previde una copertura con travi lignee (rimangono gli incassi sopra la porta), il piano era alquanto rialzato rispetto all’interno, nel quale si scende tramite tre gradini ottenuti con grandi lastre lapidee, anche queste di spoglio. Il primo tratto di volta risulta crollato ed è stato sostituito, insieme al rifacimento della porta, con una copertura in muratura posta assai più in alto. Ai lati dell’accesso originario sono inserite due colonne marmoree antiche, che dovevano sorreggere un architrave. Davanti si sviluppa un vasto ambiente pseudo-rettangolare (m 10 x 6 ca., alt. 2,50 ca.) intonacato e dipinto, scavato irregolarmente nel punto di passaggio fra un superiore banco di tufo litoide e uno inferiore di materiale piroclastico incoerente. La volta, quasi piana, è oggi sorretta da due soli pilastri che individuano tre navate: uno, a destra, tagliato nella roccia, un altro, a sinistra, formato di elementi lapidei raccogliticci (una colonna liscia di tufo e un blocco rastremato in travertino) e da una fascia di laterizi al posto del capitello. Un terzo pilastro, che doveva essere una colonna lapidea a giudicare dall’incasso circolare presente sulla volta, era situato dopo quello a sinistra. È invece da escludere un quarto pilastro (ipotizzato nella pianta edita in Quilici, Quilici Gigli 1993) prima di quello a destra.
Verosimilmente negli stessi anni Trenta l’ipogeo subì pesanti trasformazioni finalizzate al riuso come cantina:
montecelio1. scavo di un locale rettangolare a destra dell’ingresso e di un prolungamento con pozzo-lucernario sul lato di fondo,
2. sgrottamento delle pareti laterali per ricavarvi alla base un gradino,
3. realizzazione nell’intero sotterraneo così ampliato di una pavimentazione in piccole pietre con vaschette per la raccolta di liquidi,
4. costruzione al centro del vano di due bassi muri paralleli. Fu allora rimosso, se già non mancava prima, il terzo pilastro.
Le suddette modifiche hanno purtroppo cancellato quasi completamente le nicchie curvilinee poco profonde che dovevano susseguirsi su ciascun lato (ne restano soltanto due a destra e una a sinistra) e asportato totalmente il lato di fondo. Questo è tuttavia ricostruibile in base all’impronta lasciata sulla volta, dalla quale si desume che terminava in corrispondenza delle navatelle laterali con pareti rettilinee dotate di nicchia e in corrispondenza di quella centrale con un piccolo vano quadrato, che doveva contenere l’altare. Sul soffitto, appena arcuato, del piccolo vano è tuttora dipinta una croce greca gemmata che era compresa fra due clipei ed elementi vegetali.
Nella parte alta delle pareti rettilinee sopravvivono unicamente lacerti di teste nimbate: il Bertelli ipotizza a sinistra un angelo, a destra, ove la nicchia è bordata da un motivo a nastri intrecciati, un Cristo con nimbo crociato insieme a una o due figure.
Nella parete laterale destra la vecchia documentazione fotografica mostra dentro la penultima nicchia l’estremità superiore di una crocifissione, ora del tutto scomparsa; nell’ultima nicchia rimane solo il nimbo di una di due figure. Tracce di pittura si scorgono anche nella prima nicchia (coincidente con un preesistente cunicolo) accanto all’ingresso.
All’inizio della parete sinistra erano distinguibili negli anni Settanta, entro un riquadro rosso, una figura inginocchiata con l’aureola (oggi più evanescente) e una molto deteriorata, che il Bertelli riferisce a una scena di flagellazione. Lungo la parete si riconoscono agevolmente solo due nicchie: nella più conservata erano due figure affrontate con nimbo, nell’altra almeno una figura e tra le due nicchie un’altra figura.
montecelio 5Infine sulla parete in muratura a destra dell’ingresso si trovano tre immagini di santi in piedi, attualmente molto meno conservati rispetto agli anni Settanta, racchiusi entro un riquadro rosso ornato da un meandro bianco: sulla sinistra è S. Nicola con il pastorale e la mitra (già identificato dalla scritta S. Nicolaus, resa ormai illeggibile, al centro altro santo nimbato, a destra uno barbato. Sopra la cornice superiore il Bertelli lesse anche la scritta S. Sebastianus.
La volta, concepita come “volta celeste”, conserva ancora buona parte della stesura di intonaco con numerose stelle di colore rosso a otto punte e qualche stella più piccola di colore blu. Dei tre clipei bordati di fasce colorate che si susseguivano sul soffitto della navata centrale resta solo quello presso l’entrata, interrotto però dal crollo della volta, che forse racchiudeva un angelo (Bertelli). Gli altri due, vandalicamente strappati nel 1978, raffiguravano uno il busto di Cristo pantocratore benedicente, con nimbo crociato e libro nella mano sinistra, e l’altro l’Agnus Dei. I due tondi, recuperati alcuni anni or sono dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, già esposti alla mostra “L’Arma per l’Arte e la Legalità” (Roma, Palazzo Barberini, 2016), sono attualmente in corso di restauro presso l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro che li ha inseriti nella programmazione della Scuola di Alta Formazione e Studi (SAF) di Matera.
Le pitture sono state datate (Bertelli) al XIII secolo, tranne la croce greca, attribuita all’XI, ma al di sotto affiorano in alcuni punti (ad es. sotto la croce) le tracce di una decorazione più antica, scalpellata per far aderire la nuova, che potrebbe risalire all’Alto Medioevo.
Il “pronto intervento” ha voluto rimediare allo stato di degrado e precaria conservazione dell’ipogeo. Tale stato, già esistente al momento della scoperta, si era accentuato nei decenni successivi generando un preoccupante rischio di crollo (implosione dall’interno) dovuto soprattutto alla perdita di uno dei tre sostegni e al notevole assottigliamento di quello ricavato nel tufo. Inoltre l’accesso, a causa degli scarichi e della vegetazione, era diventato difficoltoso; all’interno terra e detriti rendevano impossibile una documentazione esauriente; il lucernario sul fondo, aprendosi a livello del piano di campagna, rappresentava un pericolo per la caduta di persone e animali; la mancanza di una recinzione esponeva il monumento a possibili ulteriori danneggiamenti e all’incauto ingresso di visitatori. Con i lavori di somma urgenza, quindi, il lucernario è stato messo in sicurezza, l’area è stata recintata, si è sterrato e protetto con palizzate lignee l’ingresso, è stato ripulito e puntellato con sostegni metallici il vano interno.
Nel corso di quest’ultima operazione è stata verificata in primo luogo la presenza dell’antico vestibolo, laddove in precedenza la sistemazione con la porta sembrava essere del tutto moderna. La ripulitura dell’interno ha integralmente messo in luce le radicali modifiche apportate ai fini del riuso come cantina. È risultato chiaro che per la nuova utilizzazione la parete di fondo fu distrutta onde ottenere l’ambiente con lucernario, che vennero ‘sgrottate’ le pareti laterali (annullando quasi completamente le nicchie con le pitture), che si aprì il vano a destra dell’ingresso, si stese il pavimento lapideo e si costruirono i due bancali paralleli al centro, alti quanto i gradini periferici, per poggiarvi sopra le botti.
Durante la rimozione dell’interro sono stati scoperti il livello dell’accesso originario e la parte inferiore delle figure a destra di questo. Inoltre si sono recuperati numerosi frammenti di intonaco dipinto provenienti dalla volta e dalle pareti, che sono attualmente in fase di pulitura nei locali-deposito della Soprintendenza annessi al Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani” di Montecelio.
Se per la datazione, analisi stilistica e contestualizzazione delle pitture necessita uno studio approfondito, al quale sarà dedicato un prossimo convegno che si avvarrà anche dei risultati delle analisi affidate all’ISCR, i lavori effettuati hanno definitivamente fugato l’insistente quanto fantasiosa ipotesi che il vano dell’Oratorio sia stato anticamente un mitreo, cui seguì una fase paleocristiana. Tale interpretazione, sostenuta con l’avallo di autorità accademiche e divulgata anche a mezzo stampa e sui social sin dal 2014, ma avanzata già negli anni Settanta, è un exemplum degli errori cui l’insufficiente o inadeguato esame di un monumento può condurre. Ci limitiamo ad osservare come aspetti reali – quali il carattere sotterraneo, il culto cristiano, il soffitto ornato con le stelle – siano stati coniugati con altri totalmente inventati: i moderni bancali per le botti interpretati come letti per i conviti degli adepti del culto di Mitra, il prolungamento ad uso cantina ritenuto parte dello spelaeum mitraico con l’ara o la statua del dio illuminati dal pozzo-lucernario, che, va sottolineato, è identico ai pozzi delle caverne moderne scavate sul pendio collinare a sinistra dell’Oratorio. A sostegno del presunto mitreo si è anche addotto un piccolo bassorilievo marmoreo raffigurante la tauroctonia, di ignota provenienza, da tempo conservato a Montecelio, che, comunque, non può essere stato rinvenuto a Marco Simone Vecchio, in quanto la località faceva parte, prima della nascita del Comune di Guidonia Montecelio (1937), dell’Agro Romano.
I limitati lavori eseguiti preludono a un più esaustivo intervento di restauro e valorizzazione che la Soprintendenza sta preparando insieme alla Regione Lazio con l’obiettivo finale di acquisire al pubblico demanio l’intera collina di Marco Simone Vecchio, la quale potrebbe diventare con i suoi pittoreschi casali l’ingresso sul lato nomentano al Parco dell’Inviolata.

Bibliografia
– J. Coste, Appendice II: Topografia medioevale, in Z. Mari, Tibur, pars tertia, “Forma Italiae” I, 17, Firenze 1983, p. 484, n. 43;
– D. Maestri, La chiesa di S. Nicola presso il Casale di Marco Simone, “Bollettino della Unione Storia ed Arte” 84, 1991, pp. 51-56;
– L. Quilici, S. Quilici Gigli, Ficulea (Latium vetus VI), Roma 1993, pp. 90-92, 56-57;
– J. Coste, Il Castrum Sancti Honesti. Note per una definizione del suo territorio tra 1257-1259 (a cura di L. Branciani) e Dati provvisori sulla zona attorno all’oratorio rupestre del Comune di Guidonia-Montecelio (loc. Marco Simone Vecchio), in Il Lazio tra antichità e Medioevo. Studi in memoria di Jean Coste, a cura di Z. Mari, M.T. Petrara, M. Sperandio, Roma 1999, pp. 40-55, 77-79;
– S. Mecchia, Le chiese rupestri del Lazio medievale (VI-XV sec.), Tesi di laurea magistrale, Roma Tre Università degli Studi, a.a. 2012-2013;
– E. Moscetti, Notiziario archeologico, “Annali 2015. Associazione Nomentana di Storia e Archeologia onlus”, pp. 108-109;
– Z. Mari, I primi luoghi di culto cristiani nel territorio tiburtino-aniense. Tra fonti scritte e testimonianze archeologiche, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 89, 2016, pp. 87-92 (con riferimenti bibliografici sul presunto mitreo);
– F. Fabbri, Clipeo raffigurante il Salvatore Benedicente, Guidonia Montecelio (RM). Presentazione, Scheda sull’opera e sul restauro in corso presso l’ISCR;
– M.T. Petrara, M. Sperandio, I clipei perduti e ritrovati della chiesa rupestre di Marco Simone Vecchio (Guidonia Montecelio). Cronaca di una devastazione annunciata, “I Quaderni di Arcipelago” dell’Associazione Culturale Arcipelago, 2, 2019, pp. 35-44.
Sul bassorilievo di Montecelio: C. Piccolini, Ritrovamenti archeologici nel territorio di Montecelio, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 26, 1953, pp. 209-214

Autore: Zaccaria Mari

Fonte: www-sabap-rm-met-beniculturali.it