REGGIO CALABRIA. Sotto piazza Italia, un Mitreo.

Nel 1982, sotto Palazzo della Provincia, la ruspa ha bucato l’asfalto e ha trovato il buio, e dentro quel buio c’era un Mitreo del III secolo d.C. intatto, con due panche di pietra lunghe otto metri ai lati, un corridoio centrale, e in fondo l’altare con incisa la scritta: DEO INVICTO MITHRAE, AL DIO INVICTO MITRA.
Sulle pareti c’era ancora il nero della fuliggine delle torce, e per terra cocci di lucerne e ossa di animali. Questo era il luogo dove i soldati romani della flotta di stanza nel porto di Regium, i mercanti ed i funzionari dell’annona scendevano di notte sette gradini giù, sette come i sette gradi dell’iniziazione: Corvo, Soldato, Leone, Padre.
Perché Mitra non era un dio per tutti, era il dio degli uomini forti, un dio persiano arrivato con le legioni dall’oriente che prometteva una cosa sola: che la luce vince sempre, ma solo se prima versi sangue. E dentro il Mitreo, al centro, c’era la tauroctonia scolpita nella pietra: Mitra col berretto frigio, ginocchio sul dorso del toro bianco, e pugnale nel collo. E dal collo del toro non usciva solo sangue, usciva grano, usciva vite, usciva la vita del mondo intero. Intorno al toro c’erano il cane che leccava, il serpente che saliva, lo scorpione che pungeva, ed il corvo che guardava, perché nel cosmo di Mitra anche il male serve alla vita.
Il rito era questo: di notte, al lume di torcia, gli iniziati si sedevano su quelle panche, mangiavano pane azzimo, bevevano vino rosso in coppe di terracotta, e giuravano sacramentum, un patto di sangue e di fedeltà. Poi si purificavano col fuoco. Il giorno sacro era la domenica, Dies Solis. E la nascita era il 25 dicembre, Natalis Solis Invicti, il giorno in cui il Sole Invitto ricominciava a salire. Mitra nasceva da una roccia, già adulto, con la fiaccola in mano.
E qui il fuoco diventa nero. Perché quando nel IV secolo il Cristianesimo diventa religione di Stato con Costantino, e poi unica religione con Teodosio, si trova davanti a Reggio un culto militare potentissimo, con la stessa data, lo stesso giorno, lo stesso pane, lo stesso vino, la stessa grotta e la stessa promessa di salvezza. E la Chiesa non può cancellare, non può ignorare.
Allora fa la cosa più crudele e più geniale della storia: non distrugge il Mitreo, lo seppellisce vivo, e ci costruisce sopra la città cristiana. Prende il 25 dicembre che era di Mitra e ci mette sopra il Natale di Cristo. Prende la domenica che era Dies Solis e la chiama Dies Domini, Giorno del Signore. Prende la cena del pane e del vino e la trasforma in Eucaristia, Corpo e Sangue. Prende la grotta e la chiama Betlemme.
La differenza teologica è abissale e spietata: Mitra è un dio che uccide, e dal suo gesto violento nasce la vita, e l’uomo per essere salvato deve diventare forte, deve salire i sette gradi, deve sopportare, deve meritare.
Cristo invece è un Dio che si lascia uccidere, e dal suo sangue versato una volta per sempre nasce la vita, e l’uomo per essere salvato non deve meritare, deve solo ricevere.
Per questo il Mitreo di Reggio è stato sigillato e non demolito: perché seppellire è più forte che distruggere.
Oggi, sotto i tuoi piedi, mentre cammini in Piazza Italia, a tre metri di profondità c’è ancora quell’altare freddo con la scritta al Dio Invitto. E sopra c’è il Duomo, e sopra ci sono le processioni, e sopra ci sono i presepi dentro le grotte, e le messe della domenica, e le luci del 25 dicembre.
Noi calabresi, senza saperlo, stiamo ripetendo gli stessi gesti di quei soldati, ma con un altro nome sulle labbra. Perché la terra qui non dimentica, stratifica. Il sangue del toro è diventato il sangue dell’Agnello. La roccia da cui nasceva Mitra è diventata la grotta da cui nasce Cristo. Il Sole Invitto è diventato il Sole di Giustizia. E il fuoco non si è spento, è solo cambiato Dio.

Autore:
Mariagrazia Mànago’ – @gioianews24webtv

Localizzazione: Reggio Calabria